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Ma che ve ne fate del brand?

Brand dal norvegese Brandr ovvero il marchiare a fuoco il bestiame al tempo dei Vichinghi

Non è cambiato molto. 

La Marca quasi mai è il primo pensiero in un’economia di trasformazione come la nostra, visceralmente orientata al prodotto. Sul prodotto non abbiamo rivali: bravissimi a cogliere e soddisfare il quotidiano delle persone, a inventare, a migliorare, a distinguere.

Nell’industria, poi, siamo tutti figli di Leonardo sviluppando tecnologie più tedesche dei tedeschi. “K 264B cinque assi“, una sigla, bella grande, a identificare un gioiello di innovazione. Poi ci appiccichiamo un marchio, spesso un acronimo, che chiediamo al grafico di posizionare. Abbiamo marchiato un’altra renna.

E via di sigle su listini, cataloghi e prodotti, e via anche di competitor che in pochi mesi colmano il gap col “gioiello“. Ogni volta si ricomincia da capo.

Ma quel marchietto, messo li con un po’ di buon gusto dal grafico di turno, cammina. E cammina insieme a tante altre “cose” dell’azienda dallo stand in fiera, al dealer a Hong Kong, dalla sala riunioni alla festa di natale coi dipendenti, dal sito ai commenti sui social. Ci si trova, così, nostro malgrado ad avere un immagine che evoca realtà diverse da quello che siamo o che vorremmo essere.

Credeteci: non c’è nulla come una immagine non pianificata e non gestita a impedire al migliore dei prodotti di vincere sulla concorrenza, per dirla coi vichinghi: a tagliare le gambe alla più veloce delle renne.

Anche nel B2B, nulla è più inimitabile della identità di Marca, nulla può sostenere la competitività dei vostri prodotti come la vostra reputazione di Marca. 

Non è un mestiere da dilettanti, o un semplice esercizio di calligrafia: sbagliare, si, è un gioco da ragazzi, che può costare fatturato, margini, valore.

Buona marchiatura a tutti.

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